MAUTO, storia e futuro dell’automobile

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Da primo museo nazionale dell’automobile al mondo a luogo di cultura contemporanea: Benedetto Camerana racconta l’evoluzione del MAUTO di Torino, tra memoria industriale, linguaggi artistici e nuove frontiere della mobilità

Da quasi un secolo il Museo Nazionale dell’Automobile di Torino racconta il rapporto tra uomo, tecnologia e mobilità. Nato nel 1933 da un’intuizione pionieristica, il MAUTO è stato il primo museo nazionale dell’automobile al mondo e oggi affronta una nuova sfida: trasformarsi da custode della memoria industriale a luogo di cultura contemporanea, capace di dialogare con arte, cinema, design, fotografia e innovazione. Benedetto Camerana, Presidente del museo, racconta la storia di un’istituzione che ha saputo cambiare prospettiva senza perdere il legame con le proprie radici.

L’idea che portò alla nascita del Museo Nazionale dell’Automobile di Torino è ancora oggi un’intuizione straordinaria. Qual era il contesto in cui è nata?

Benedetto Camerana

«Il Museo Nazionale dell’Automobile nasce nel 1933 ed è stato la prima istituzione nazionale dedicata all’automobile nel mondo. La sua fondazione si colloca in una fase molto particolare della storia dell’auto: non era ancora il fenomeno di massa che sarebbe diventata nel secondo dopoguerra, ma un prodotto tecnologico e industriale destinato soprattutto a una fascia ristretta di persone benestanti.

Negli Stati Uniti era già attiva una produzione di massa con Ford, mentre in Europa cominciavano ad affacciarsi modelli più accessibili, come la Fiat 508 Balilla in Italia, alcune Renault e Opel. La maggior parte delle automobili, però, rimaneva un oggetto esclusivo.

Era ancora l’epoca in cui si acquistavano il telaio e il motore e poi si affidava alla carrozzeria la realizzazione della “veste” dell’automobile. Aziende come Pininfarina, Castagna e altri grandi carrozzieri italiani costruivano vere e proprie opere su misura».

Qual era la visione dei fondatori?

«In questo contesto alcuni pionieri torinesi ebbero l’intuizione di raccogliere e conservare queste testimonianze. Il percorso parte da una collezione nata inizialmente per il Salone dell’Automobile, che all’epoca si teneva a Milano e poi, in controtendenza rispetto a ciò a cui siamo abituati, si trasferì a Torino. Grazie a figure come Roberto Biscaretti di Ruffia, poi al figlio Carlo, e a Cesare Goria Gatti, tra i fondatori della Fiat, prese forma il progetto del museo.

La grande intuizione fu quella di non limitarsi a celebrare l’automobile contemporanea, ma di raccontarne la storia: mettere insieme le prime vetture con motore a scoppio e a vapore della fine dell’Ottocento, le automobili pionieristiche e i modelli che avevano segnato l’evoluzione tecnologica. È stata una visione molto moderna: considerare l’automobile non solo come un prodotto industriale, ma come un fenomeno capace di raccontare tecnologia, design, società e futuro».

L’automobile nel Novecento è diventata un simbolo di libertà e progresso. Le cose però hanno iniziato a cambiare nel nuovo Millennio.

«L’automobile è stata uno dei grandi fenomeni del Novecento. Ha rappresentato libertà individuale, crescita economica, sviluppo industriale. Attraverso l’auto abbiamo costruito un modo di vivere: abbiamo viaggiato, organizzato vacanze, raggiunto il lavoro, costruito relazioni sociali. È stata davvero uno dei simboli della modernità.

Negli ultimi decenni, però, è iniziata una fase completamente diversa. L’automobile ha attraversato una doppia crisi di identità: una sociale e culturale e una industriale.

Dal punto di vista culturale, l’auto non è più al centro dell’immaginario occidentale come lo era per le generazioni precedenti. Nelle grandi città europee esistono valide alternative e l’auto non è più necessariamente sinonimo di indipendenza. Parallelamente è cresciuta una certa ostilità nei confronti dell’automobile, legata soprattutto ai temi ambientali e alla trasformazione degli spazi urbani.

Anche l’industria sta attraversando una fase complessa. Le aziende automobilistiche devono affrontare una trasformazione tecnologica enorme, con una transizione verso l’elettrico che in Europa è stata accompagnata anche da scelte politiche discutibili. L’auto tende sempre più a diventare una piattaforma tecnologica, oltre che un mezzo tradizionale».

Come ha reagito il museo a questo cambiamento in atto?

«Abbiamo deciso di cambiare prospettiva. Nel 2023 abbiamo avviato un percorso di dialogo con circa trenta istituzioni culturali torinesi. L’obiettivo era rovesciare il punto di vista: non raccontare l’automobile solo come icona di design, sport e industria, ma come fenomeno culturale che dialoga con tutti i linguaggi della contemporaneità. L’automobile entra così in relazione con cinema, fotografia, arte contemporanea, letteratura, musica, filosofia e design inteso nel senso più ampio. È un approccio che ci ha permesso di ridefinire il museo come luogo di cultura contemporanea».

Può fare qualche esempio di mostre che hanno seguito questa nuova direzione?

«Un esempio significativo è stata la mostra dedicata a Lucio Dalla e al suo rapporto con l’automobile attraverso la musica pop degli anni Settanta e Ottanta.

In autunno proporremo un progetto dedicato alla fotografia: non fotografie dell’automobile come oggetto, ma fotografie realizzate attraverso l’automobile, quindi il viaggio, il movimento, il paesaggio, il racconto del Novecento attraverso un mezzo che ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo.

Abbiamo poi raccontato il rapporto tra cinema e auto attraverso un grande fenomeno popolare come Ritorno al futuro e la celebre DeLorean DMC-12 disegnata da Giorgetto Giugiaro.

Siamo stati tra i primi a proporre l’idea dell’automobile come opera d’arte in movimento, come elemento che appartiene alla storia della cultura, non soltanto alla storia industriale».

Il museo oggi guarda anche al futuro della mobilità. Come si collega questa vocazione con lo spirito dei fondatori?

«È proprio uno degli aspetti che ci lega maggiormente ai pionieri del 1933. Loro non guardavano soltanto al passato: raccoglievano la storia dell’automobile, ma lo facevano perché intuivano il futuro. Oggi abbiamo un’area dedicata a The Future of Mobility, dove raccontiamo alcune innovazioni che potrebbero caratterizzare i prossimi dieci anni.

Recentemente si è parlato della Ferrari Luce, elettrica, che adotta una configurazione a quattro motori separati. Da più di un anno presentiamo la tecnologia sviluppata dagli sloveni Elaphe Propulsion Technologies, che ha integrato quattro motori direttamente nel mozzo delle quattro ruote, esponendo una delle loro ruote.

Il museo non vuole essere soltanto un luogo della memoria, ma anche uno spazio dove discutere il futuro tecnologico e industriale della mobilità».

Come è cambiato il pubblico del museo negli ultimi anni?

«È cambiato innanzitutto il numero dei visitatori. Quando sono arrivato nel 2012, il museo registrava circa 140mila ingressi annui; oggi siamo arrivati intorno ai 400mila. È una crescita molto significativa.

È cambiato anche il profilo del visitatore. Oggi molti vengono non solo perché appassionati di automobili, ma perché interessati alla storia culturale raccontata attraverso l’auto.

Questo è il nostro obiettivo: dimostrare che senza l’automobile il racconto del Novecento sarebbe molto più povero».

Pensando ai prossimi anni, si guarda anche allo spazio. Cosa si sta muovendo?

«Dall’automobile si è sviluppato il settore aeronautico: molte aziende automobilistiche hanno prodotto motori per aerei, pensiamo all’Alfa Romeo, alla Rolls-Royce, alla stessa Fiat. Dall’aviazione si è poi arrivati all’esplorazione spaziale.

Torino oggi è una città centrale anche in questo ambito, grazie alla presenza di competenze industriali e tecnologiche legate allo spazio. Per questo si sta lavorando all’idea di un nuovo spazio espositivo dedicato all’aeronautica e all’avventura spaziale.

Sarebbe un progetto con una logica simile a quella che nel 1933 portò alla nascita del Museo dell’Automobile: creare un luogo nazionale di racconto e divulgazione di un settore strategico per il futuro. Il lavoro è già iniziato e verso la fine di quest’anno potrebbe iniziare a dare i primi frutti».

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Immagine di Luca Indemini
Luca Indemini

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