Ceretto: custodi della bellezza delle Langhe

Share

Da produttori a custodi del paesaggio: come la storica cantina Ceretto ha trasformato le Langhe in un incubatore culturale a cielo aperto, unendo vino, arte, alta cucina e sostenibilità. Ne parliamo con la Presidente

Roberta Ceretto

Ceretto è una delle realtà che più hanno contribuito a trasformare il vino in “racconto del territorio”. Oggi che ruolo può avere una cantina nel promuovere le Langhe non solo come destinazione enogastronomica, ma come luogo di cultura, paesaggio e identità?

Se penso a come la nostra storia è cambiata negli ultimi 30 anni, posso azzardare a dire che Ceretto non è solo più una cantina, ma un incubatore culturale per le Langhe. Se un tempo, per le generazioni di mio nonno e di mio padre, il compito dei produttori era far capire che il Barolo e il Barbaresco valessero quanto i vini francesi, oggi la sfida si è spostata su un piano più immateriale: il valore delle nostre bottiglie o del territorio delle Langhe non risiede più solo nelle sue caratteristiche, ma in tutto ciò che non si può toccare ma che definisce un’esperienza. Il vino smette di essere prodotto per diventare un veicolo di storie, diventa un segno distintivo di un modo di vivere.

Per noi, ha significato proporre un nuovo sistema di valori e non solo un prodotto agricolo. Le Langhe sono cresciute velocemente e occorreva adeguarsi. Queste colline con vigne pettinate hanno assunto un nuovo ruolo, quello di paesaggio culturale dominato dalla bellezza che dialoga in equilibrio tra uomo e natura, passato e presente. Le cantine promuovono questa bellezza proteggendola e, a casa nostra, enfatizzandola con l’inserimento di opere d’arte che non sono un semplice abbellimento, ma uno strumento per leggere il paesaggio. Operazioni come la Cappella del Barolo di Sol LeWitt e David Tremlett o le numerose installazioni, da Francesco Clemente a Kiki Smith, nei ristoranti e tra i vigneti, trasformano uno spazio agricolo in un vero museo a cielo aperto visibile e condiviso con chiunque. Il ruolo di una cantina che, come la nostra, vanta già una discreta longevità evolve. Da produttori assumiamo il ruolo di custodi e interpreti del paesaggio, ma anche di mecenati per offrire ai visitatori una chiave di lettura nuova.

Noi di Ceretto, poi, ci siamo divertiti ad aprire nuove prospettive e, attraverso progetti come il ristorante Piazza Duomo ad Alba, la cantina non si limita a produrre e vendere i propri vini, ma porta l’alta cucina nelle Langhe, trasformando la zona in un polo di eccellenza mondiale che trattiene talenti e genera indotto culturale, e anche economico.

Ci ha raccontato che negli anni avete affiancato al vino progetti legati all’arte, all’architettura e alla bellezza dei luoghi. In che modo queste scelte hanno contribuito a costruire un’esperienza turistica più ampia e riconoscibile intorno al marchio Ceretto e al territorio?

Per noi, l’arte non è mai stata un contorno. La scelta di inserire opere o trasformare gli spazi con architetture ardite ha trasformato la visita in cantina da una degustazione a un’esperienza culturale completa, e credo abbia fatto un po’ da apripista nelle Langhe.

Abbiamo di certo creato dei landmark istantaneamente riconoscibili – penso alla Cappella del Barolo. Prima dell’intervento di LeWitt e Tremlett nel 1999, era un rudere. Oggi è uno dei monumenti più fotografati del Piemonte. Ma anche L’Acino: la bolla trasparente sospesa sui vigneti presso la nostra cantina di Alba è diventata il simbolo di un’architettura che non nasconde il paesaggio, ma lo incornicia. Quindi l’esperienza turistica si amplia: non si consuma solo un calice, si abita letteralmente il territorio.

 Il turismo del vino sta cambiando: il visitatore cerca sempre più esperienze autentiche, contenuti, relazioni e qualità del tempo. Quali sono, secondo lei, le nuove aspettative di chi arriva oggi nelle Langhe e come può evolvere l’accoglienza in cantina?

Il profilo del turista che oggi percorre le strade tra Alba, Barolo e Barbaresco è profondamente mutato. Non cerca più solo una cantina dove assaggiare vino, ma un luogo che parli a tutti i sensi. Se prima l’obiettivo era conoscere un prodotto, oggi è viverlo e immergersi nel suo territorio di origine. Partiamo dal presupposto che il moderno turista o viaggiatore è già informato, quindi non si accontenta più, ma cerca di capire il “dietro le quinte”. Chi arriva da noi trova il vino in dialogo con l’architettura, l’arte, la tradizione, la storia e la filosofia del cibo e quindi trova molte risposte alle proprie curiosità.

C’è anche un nuovo atteggiamento che rende un territorio come le Langhe ricercato: la qualità del tempo. Il turista moderno cerca spazi ampli, verdi, percorribili con lentezza, silenzio e scorci dove poter indugiare.

 

Ceretto ha avviato da tempo un percorso di attenzione alla sostenibilità e alla cura della terra, arrivando anche alla certificazione biologica. Quanto questo approccio incide oggi sulla reputazione di un territorio e sulla qualità dell’esperienza che il visitatore associa alle Langhe e al Made in Italy?

La scelta della sostenibilità è stata fortemente sostenuta dalla mia generazione, la terza. Per noi la certificazione non è solo un bollino, ma una forte presa di consapevolezza e responsabilità verso un territorio, la nostra casa, che viene custodito per le generazioni future, non solo vissuto nel presente.

Non dimentichiamo che oggi promuovere l’identità delle Langhe significa proteggerne la sopravvivenza biologica. La scelta di praticare un’agricoltura responsabile non è solo una tecnica agricola, ma insegna al visitatore che il paesaggio che ammira è un organismo vivo che richiede cura, non solo consumo.

 

 

condividi su:

Immagine di Luca Indemini
Luca Indemini

Leggi anche

Vuoi ricevere le nostre ultime news? Iscriviti alla newsletter per rimanere sempre aggiornato

ARTICOLI PIÙ LETTI
ULTIMI ARTICOLI