Come rendere i musei accessibili e sostenibili nell’era digitale? AI for MUSE risponde a questa sfida unendo Università, Politecnico di Torino e partner tecnologici per offrire anche alle piccole realtà strumenti avanzati di digitalizzazione e percorsi di visita personalizzati. Ne parliamo con Nadia Campaniello, professoressa associata Università di Torino
Com’è nato il progetto AI for MUSE e qual era la sfida che volevate risolvere?

«AI for MUSE nasce dall’incontro tra ricerca accademica, innovazione tecnologica e una domanda molto concreta del settore culturale: rendere i musei più accessibili, coinvolgenti e sostenibili nell’era digitale.
Il progetto prende forma all’interno della collaborazione tra Università di Torino, Politecnico di Torino e partner istituzionali e tecnologici, con il supporto di programmi come il Bando Intelligenza Artificiale Uomo e Società della Fondazione Compagnia di San Paolo e il progetto NODES finanziato dal Next Generation EU. La sfida iniziale era duplice: da un lato, molti musei non dispongono di strumenti digitali avanzati; dall’altro, il pubblico contemporaneo, abituato a piattaforme personalizzate come Spotify o Netflix, si aspetta esperienze culturali più interattive, dinamiche e personalizzate. AI for MUSE prova quindi a colmare questo gap: offrire ai musei strumenti accessibili di digitalizzazione e ai visitatori un modo nuovo di vivere il patrimonio culturale».
Che cos’è esattamente CoreAI e come funziona il sistema di connessioni tra le opere?
«CoreAI è il cuore tecnologico del progetto: un sistema di IA progettato per costruire connessioni tra opere, autori, temi e linguaggi artistici anche molto distanti tra loro. Non si limita alle classificazioni tradizionali – epoca, corrente, autore – ma cerca relazioni più profonde e trasversali.
L’idea nasce da una domanda semplice: cosa succede se un algoritmo può suggerire legami tra un quadro rinascimentale, una composizione musicale, un film contemporaneo e una scultura moderna? Per rispondere, il team ha sperimentato tecnologie LLM e sistemi di raccomandazione content-based, analizzando inizialmente 67 opere, per poi avviare test di scalabilità su oltre 11.000. Il sistema lavora su parole chiave, descrizioni, temi, atmosfere, simbologie e contenuti culturali. Questo permette di creare percorsi personalizzati, capaci di suggerire collegamenti che un visitatore normalmente non farebbe da solo. In pratica, il museo smette di essere soltanto uno spazio lineare e diventa una rete narrativa».
Come funziona l’app I-MUSE? Come si bilancia il digitale con la fruizione dell’opera?
«I-MUSE è stata progettata come una piattaforma di accompagnamento alla visita, non come un sostituto dell’esperienza fisica. L’obiettivo non è “spostare” il visitatore sullo schermo, ma usare il digitale per aumentare profondità, orientamento e coinvolgimento. La filosofia del progetto è molto chiara: il centro resta sempre l’opera fisica. La tecnologia serve a creare layer informativi aggiuntivi, non a sostituire la contemplazione diretta. Per esempio, un visitatore può scoprire collegamenti tra opere presenti in musei diversi, oppure ricevere suggerimenti in base ai propri interessi culturali, esattamente come Spotify suggerisce nuova musica. È una logica che trasforma la visita in esperienza esplorativa».
Cosa sono i musei virtuali e come si navigano?
«Il concetto di museo virtuale, in AI for MUSE, non coincide semplicemente con una replica online del museo fisico. L’idea è più ambiziosa: creare ambienti culturali navigabili attraverso relazioni, interessi e contenuti. Il visitatore può muoversi tra opere e collezioni seguendo percorsi tematici, connessioni suggerite dall’AI, interessi personali, linguaggi artistici comuni e temi storici o sociali condivisi. Questo approccio permette anche di valorizzare opere normalmente non esposte, limitate da problemi di spazio, conservazione o logistica».
Che modello di collaborazione avete costruito?
«AI for MUSE è un esempio molto interessante di ecosistema interdisciplinare. Coinvolge economisti, informatici, giuristi, esperti di IA, musei, enti culturali e partner territoriali.
Il modello è fortemente bottom-up: i musei non subiscono una piattaforma standardizzata, ma mantengono autonomia nella costruzione dei contenuti e dei percorsi. L’università porta ricerca, metodo e innovazione; i musei portano competenze curatoriali e conoscenza del patrimonio».
Come hanno reagito i musei all’introduzione dell’IA?
«La reazione è stata mista: curiosità, interesse, ma anche prudenza. È comprensibile: i musei custodiscono patrimoni storici e identitari delicati, e il lavoro curatoriale resta centrale.
La principale resistenza riguarda il timore che l’IA possa banalizzare l’esperienza culturale o automatizzare interpretazioni che richiedono competenza umana. Per questo I-MUSE usa l’IA come strumento a supporto del lavoro curatoriale e dell’esperienza del visitatore: non sostituisce curatori ed esperti, ma aiuta a costruire percorsi e nuove modalità di accesso al patrimonio.
C’è poi una questione organizzativa: molti musei non dispongono di personale tecnico dedicato alla digitalizzazione. Da qui la scelta strategica di creare una piattaforma accessibile, modulare e sostenibile economicamente».
Quale impatto può avere sulla filiera culturale e turistica piemontese?
«L’impatto potenziale è molto ampio. Un sistema di raccomandazione culturale può modificare il modo in cui le persone si muovono sul territorio. Se oggi il turismo culturale tende a concentrarsi sui grandi poli attrattivi, una piattaforma intelligente può invece suggerire musei meno noti, costruire itinerari territoriali, favorire permanenze più lunghe e creare connessioni tra cultura, ospitalità e commercio locale».
Quali sono i prossimi passi già pianificati?
«Dopo la fase di progettazione e i test iniziali, il progetto è entrato in una nuova fase imprenditoriale: è stata costituita una start up, spin-off dell’Università di Torino. I prossimi passi riguardano il consolidamento del modello tecnologico e commerciale, la ricerca di partner industriali e culturali, l’espansione verso nuovi musei e territori, e la valorizzazione delle funzionalità già sviluppate, tra cui elementi di gamification. L’obiettivo è trasformare I-MUSE da semplice app museale a vera infrastruttura culturale intelligente».
Come immaginate il museo del futuro?
«Il museo del futuro probabilmente sarà meno statico e molto più relazionale, personalizzato e connesso. Non sarà più soltanto un luogo da visitare, ma un ecosistema da attraversare: il visitatore non seguirà necessariamente un percorso deciso dall’alto, ma potrà costruire esperienze differenti in base ai propri interessi, al tempo disponibile, all’età. L’IA renderà possibile una mediazione culturale dinamica: ogni visita potrà essere diversa, pur partendo dalle stesse opere. Ma il punto fondamentale è che la tecnologia non sostituirà l’aura dell’opera originale».




