Innovazione, tecnologia e reti tra imprese e istituzioni: Licia Mattioli spiega come Torino e il Piemonte possono trasformare il patrimonio culturale in un sistema integrato e in un motore di sviluppo
Mettere in rete il patrimonio culturale per trasformarlo in un motore di sviluppo: è questa, secondo Licia Mattioli, la sfida che attende Torino e il Piemonte nei prossimi anni. Un territorio ricco di eccellenze che deve imparare a presentarsi come un sistema e a valorizzare in modo coordinato le proprie risorse. Dalla formazione dei professionisti della conservazione, ai grandi complessi monumentali come la Palazzina di Caccia di Stupinigi, fino alle collaborazioni tra istituzioni, fondazioni e imprese, la presidente della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino e della Fondazione Ordine Mauriziano riflette sulle prospettive del patrimonio culturale piemontese nella costruzione dei progetti del futuro.
La Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino rappresenta un punto di riferimento nel rapporto tra imprese, tutela e valorizzazione del patrimonio. Oggi, quali sono secondo lei le principali sfide culturali che Torino e il Piemonte si trovano ad affrontare?
«La sfida più importante è essere pronti a valorizzare e far conoscere il patrimonio che abbiamo, in un momento in cui il turismo verso il nostro territorio è in crescita. Disponiamo di eccellenze straordinarie: dalle Residenze Sabaude alla Sindone, passando per il patrimonio legato a Leonardo e a tante altre testimonianze culturali, senza dimenticare l’enogastronomia. Abbiamo molto da offrire, ma dobbiamo imparare a mettere queste risorse in rete e a presentarle come un sistema integrato. Lo stesso vale per il contemporaneo, che rappresenta un’altra eccellenza del territorio e che merita di essere valorizzato. La vera sfida è diventare una destinazione turistica consapevole delle proprie potenzialità».
Negli ultimi anni, il tema della conservazione è cambiato molto: non riguarda più soltanto il restauro, ma anche la capacità di rendere il patrimonio vivo e accessibile. Come è cambiato il modo di intendere la valorizzazione culturale?
«Più che il concetto di valorizzazione, è cambiato il modo di realizzarla. Oggi disponiamo di strumenti molto più moderni per raccontare e rendere fruibili i beni culturali. Penso ai QR code, alle guide digitali e alle applicazioni sviluppate per ampliare l’accessibilità dei luoghi. Recentemente, ad esempio, abbiamo realizzato nel Giardino Storico della Palazzina di Caccia di Stupinigi nuovi strumenti di fruizione dedicati alle persone ipovedenti e ipoacusiche. Tutto questo è possibile grazie alle innovazioni tecnologiche, compresa l’intelligenza artificiale. Si tratta quindi di una valorizzazione che mantiene gli stessi obiettivi di sempre, ma che utilizza strumenti nuovi e più efficaci».
La formazione resta uno dei temi centrali per il futuro della conservazione. Con il master “Conservazione Integrata del Patrimonio Architettonico e Paesaggistico”, realizzato con il Politecnico di Torino, quali competenze e quale visione volete trasmettere alle nuove generazioni di professionisti?
«Abbiamo voluto promuovere questo master per ampliare lo sguardo sul patrimonio, andando oltre la sola dimensione architettonica. L’obiettivo è studiare e valorizzare non soltanto gli edifici storici, ma anche il patrimonio paesaggistico che li circonda. Penso alle aree verdi, ai giardini storici e a quei territorio che nel tempo sono stati progressivamente abbandonati. Esiste un patrimonio diffuso che merita di essere recuperato e restituito alla collettività. Il master nasce proprio con questa finalità: formare professionisti capaci di leggere questi contesti in modo integrato e di renderli nuovamente fruibili».
Nel suo ruolo di presidente della Fondazione Ordine Mauriziano, come guarda oggi al tema della valorizzazione di complessi monumentali che uniscono dimensione storica, architettonica e paesaggistica?
«Si tratta di beni particolarmente complessi, ma anche estremamente affascinanti perché racchiudono molteplici elementi di interesse. Pensiamo alla Palazzina di Caccia di Stupinigi: il valore non risiede soltanto nell’edificio, ma anche nei giardini, nelle collezioni, negli arredi e nella storia che custodisce. Ognuno di questi elementi contribuisce ad accrescere l’attrattività complessiva del bene. Tutto questo rappresenta un fattore di forza straordinario, ma comporta anche una complessità gestionale molto elevata. La manutenzione, il restauro e la valorizzazione di beni così articolati richiedono investimenti e una programmazione costante. Sono beni che offrono enormi opportunità, ma che richiedono anche grande capacità di gestione».
Quanto conta oggi creare reti tra istituzioni culturali, imprese, fondazioni e università per costruire progetti che abbiano un impatto reale e duraturo sul territorio?
«Credo moltissimo nel lavoro di rete. Per un Paese come l’Italia – che deve confrontarsi con realtà molto più grandi a livello internazionale – la capacità di collaborare rappresenta una necessità. Come Consulta abbiamo promosso il cosiddetto “modello Torino”, mettendo insieme i musei d’arte contemporanea pubblici e privati della città in un sistema di promozione condiviso. Quando invitiamo direttori e curatori internazionali, non presentiamo una singola istituzione, ma l’intero ecosistema culturale del territorio. Questo approccio ha prodotto risultati molto significativi e ha suscitato interesse anche all’estero. Esiste poi una “seconda dimensione” della rete, che riguarda la collaborazione tra soggetti diversi: istituzioni culturali, fondazioni, imprese, enti pubblici e università. È ciò che stiamo cercando di fare con il progetto di valorizzazione di Superga, dove la complessità degli interventi richiede il coinvolgimento di più attori. Nessuno potrebbe affrontare da solo un impegno di questa portata. Per questo ritengo che il lavoro di rete rappresenti una delle poche strade possibili per garantire interventi efficaci e duraturi sul patrimonio culturale».




