Università di Torino: l’ecosistema dell’innovazione

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L’innovazione non è un evento isolato, ma un processo sistemico che richiede visione e coordinamento per trasformare la conoscenza in valore economico e sociale. In questo quadro, l’università è un’infrastruttura strategica dello sviluppo territoriale, ponte tra ricerca, imprese e istituzioni.

 Professore ordinario di Economia e gestione dell’innovazione e Vice Rettore dell’Università di Torino, Marco Pironti è tra le figure di riferimento nel panorama nazionale per le politiche di trasferimento tecnologico e open innovation. Con un percorso che intreccia accademia e governance pubblica – già Assessore all’Innovazione del Comune di Torino – Pironti riflette sul posizionamento del Piemonte come ecosistema competitivo a livello europeo e sulle condizioni necessarie per rafforzarne coerenza, impatto e capacità di crescita nel lungo periodo.

Si parla sempre più di innovazione come processo sistemico e non solo tecnologico. Quali elementi rendono un ecosistema capace di generare valore nel tempo?

«Un ecosistema innovativo funziona quando combina tre ingredienti: visione condivisa, connessioni operative e capacità di apprendere. La visione serve a orientare investimenti e priorità su sfide reali: competitività industriale, sostenibilità e transizione green, digitale, salute, città più vivibili. Le connessioni contano quanto la tecnologia: filiere, PMI, grandi imprese, università, centri di ricerca, finanza, PA e terzo settore devono potersi incontrare con facilità e trasformare rapidamente le idee in progetti, prototipi, scale up. Infine, la continuità dipende dalla cultura dell’apprendimento: dati, valutazione dell’impatto, sperimentazione regolata, gestione del rischio e capacità di attrarre e trattenere talenti. In sintesi: non “un’innovazione”, ma un processo stabile che genera valore nel tempo».

Governare questi processi richiede competenze tecnologiche, organizzative e umane. In che modo l’università può formarle e accompagnare le imprese verso modelli più strutturati?

«Oggi servono profili “a T”: competenze scientifiche, umanistiche e tecniche solide e, allo stesso tempo, capacità trasversali (ad esempio project management, design dei servizi, change management, etica e responsabilità, lavoro in team interdisciplinari, valutazione d’impatto). L’università può fare tre cose decisive. Primo, didattica orientata ai bisogni reali, con laboratori su casi reali, team misti e valutazione per risultati e impatto. Secondo, formazione continua per manager e professionisti, modulare e aggiornata, perché l’innovazione richiede reskilling e upskilling costante. Terzo, affiancamento e co-design con le imprese attraverso trasferimento tecnologico, dottorati industriali, open innovation, testbed e living lab, cioè ambienti dove sperimentare in modo controllato prima di scalare. L’obiettivo non è solo trasferire conoscenza, ma costruire capacità organizzativa dentro le imprese e tra le imprese».

Il Piemonte concentra numerose iniziative a supporto dell’innovazione. Quali condizioni – in termini di competenze, coordinamento e collaborazione – sono oggi decisive per rafforzarne l’efficacia?

«La disponibilità di iniziative è sicuramente un punto di forza, ma non basta. Per durare e creare valore nel tempo serve più coerenza di sistema. Tre condizioni sono cruciali. La prima è la chiarezza delle traiettorie e il coraggio delle scelte: scegliere alcune aree ad alta densità di competenze e mercato (manifattura avanzata, aerospazio, mobilità, energia, salute, agro tech, cultura e creatività) e collegarle a obiettivi misurabili. La seconda è il coordinamento: ridurre frammentazioni, rendere più semplice l’accesso per PMI e start up, integrare strumenti regionali, nazionali ed europei con governance leggera ma efficace. La terza è la collaborazione basata su fiducia e incentivi: progetti congiunti, condivisione di dati e infrastrutture, procurement innovativo e metriche di impatto (non solo numero di eventi o bandi, ma crescita di produttività, occupazione qualificata, brevetti, scale up, adozione tecnologica nelle PMI). In breve: passare da “molte iniziative” a catene del valore dell’innovazione».

Quali priorità dovrebbe perseguire il Piemonte nei prossimi anni per consolidare il proprio posizionamento come ecosistema dell’innovazione nel contesto europeo?

«Vedo alcune priorità che non rappresentano più una scelta, ma una necessità di responsabilità. Talenti: valorizzazioni dei nostri talenti e attrazione di quelli dall’estero, attraverso percorsi STEM e umanistici integrati, dottorati industriali, servizi di accoglienza e qualità urbana. Infrastrutture di innovazione: piattaforme di ricerca e laboratori aperti, spazi per prototipazione e test regolati, con accesso semplice per le PMI. Deep tech e manifattura: valorizzare la tradizione industriale puntando su digitalizzazione delle fabbriche, materiali, robotica, automotive mobility, aerospazio, e su filiere green. Innovazione pubblica e urbana: città come laboratorio, con appalti innovativi, sperimentazioni su mobilità, energia, welfare e servizi digitali; la PA può diventare domanda qualificata di innovazione. Capitale e scale up: più ponti tra ricerca, impresa e finanza, strumenti per crescita dimensionale e internazionalizzazione. Il confronto europeo si vince non imitando altri hub, ma valorizzando l’unicità piemontese: industria, ricerca, patrimonio di competenze e qualità territoriale, trasformandoli in un ecosistema capace di scalare»

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Immagine di Cinzia Funcis
Cinzia Funcis
Coordinatrice di redazione e giornalista

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