Da Torino al mondo, Lavazza celebra 130 anni di impresa e di valori. Un percorso fondato su sostenibilità, innovazione e legame con il territorio, che guarda al futuro con la stessa passione con cui è iniziato nel 1895
Sostenibilità, internazionalizzazione e legame con il territorio. Sono questi i pilastri su cui Lavazza ha costruito i suoi 130 anni di storia e continua a costruire il suo futuro, che viaggia in parallelo con quello della sua città: Torino. Di questi 130 anni e dello sguardo ai prossimi abbiamo parlato con Marco Lavazza, Vicepresidente di Lavazza Group.
Oggi il tema della sostenibilità è ormai fondamentale per molte aziende, ma Lavazza ha iniziato a metterlo al centro dell’attenzione in tempi non sospetti: risale al 2015 il primo Bilancio di sostenibilità. Perché si decise allora di pubblicarlo e cosa rappresenta per l’azienda?
«Nel 2015 abbiamo scelto di pubblicare, su base volontaria, il nostro primo Bilancio di sostenibilità per riunire in un unico documento l’impegno del Gruppo su questo fronte. In realtà, l’attenzione a questi temi è parte della nostra idea di fare impresa: rispetto per la natura, per le persone e per le comunità, come volle il fondatore Luigi oltre un secolo fa. Da allora il Bilancio è diventato una prassi consolidata, che racconta progressi e sfide. Il nostro percorso, sintetizzato nel Manifesto di sostenibilità A Goal in Every Cup, dimostra come questo tema sia parte integrante del nostro modo di fare impresa».
Altro aspetto della sostenibilità è legato al vostro rapporto con le comunità produttrici. Quali sono i vostri progetti?

«Il caffè cresce nella fascia equatoriale del pianeta, in molti Paesi in via di sviluppo che affrontano sfide sociali, economiche e ambientali complesse. Per garantire un futuro sostenibile al settore è fondamentale rafforzare la capacità di innovazione e migliorare produttività e qualità.
È in questa prospettiva che nel 2004 è nata la Fondazione Lavazza, con l’obiettivo di promuovere progetti di sostenibilità e responsabilità sociale a supporto delle comunità in cui operiamo. Nel 2024 questo impegno si è tradotto in 29 progetti attivi di agricoltura sostenibile e inclusione sociale – oltre 50 considerando anche quelli conclusi negli anni – che hanno interessato 18 Paesi in tre diversi continenti, a beneficio di più di 137mila persone».
Come viene declinato il tema della sostenibilità in rapporto al vostro territorio?
«Sul territorio italiano e, in particolare, a Torino, la sostenibilità si traduce in azioni concrete: rigenerazione urbana – come dimostra Nuvola, la nostra nuova sede – centri di formazione, supporto a iniziative culturali e sociali, progetti di inclusione e formazione lavorativa per categorie fragili».
A proposito di territorio: il legame di Lavazza con Torino ha radici storiche e continua a essere molto solido. Cosa rappresenta Torino per Lavazza?
«Torino è la nostra casa, la radice da cui siamo cresciuti. È la città che ha visto nascere Lavazza nel 1895 e che ha accompagnato tutte le tappe della nostra storia imprenditoriale.
Per noi Torino è identità, comunità, valore culturale e anche laboratorio: Nuvola ne è l’espressione materiale – non solo sede aziendale, ma spazio pubblico e aperto alla città».
In 130 anni di storia di Torino come è cambiata la città e voi con lei? E come si può – lavorando con territorio e istituzioni – contribuire a disegnare il futuro dell’azienda e del territorio?
«Torino oggi è una città che coniuga tradizione industriale e nuove vocazioni – aerospazio, formazione, cultura, turismo. Per una multinazionale rappresenta un centro di talenti, ricerca e relazioni internazionali. Ma il futuro si costruisce insieme: impresa, istituzioni e università devono pianificare infrastrutture e politiche per l’attrazione di investimenti e di talenti, anche attraverso percorsi formativi specialistici. Il modello che in questi anni abbiamo sempre cercato di portare avanti è quello condiviso, dove la collaborazione tra pubblico e privato possa garantire risultati più solidi e lungimiranti».
Come è stato costruito il percorso di internazionalizzazione e qual è oggi lo stato dell’arte?
«Negli ultimi quindici anni Lavazza è passata da impresa familiare a gruppo internazionale, attraverso acquisizioni mirate che hanno rafforzato la presenza in mercati strategici. Il primo passo è stato l’ingresso di Merrild – dieci anni fa – leader nel mercato del caffè in Danimarca e nei Paesi baltici. A questo si sono aggiunte partnership di lungo periodo, come quella con Yum China, che ha dato vita a una joint venture per sviluppare il concept della caffetteria italiana in Cina, con l’apertura del primo Flagship Store Lavazza a Shanghai. Questo percorso è stato accompagnato da un rinnovamento della governance: come famiglia abbiamo scelto di lasciare i ruoli operativi per assumere una visione strategica di lungo periodo, aprendo il Consiglio di amministrazione a membri esterni e nominando Antonio Baravalle amministratore delegato.
Oggi puntiamo a consolidare la rete in Cina, rafforzare la presenza in Nord America, investire in digitale ed e-commerce e sostenere la filiera con iniziative di sostenibilità».
Negli ultimi tempi, Lavazza è inscindibile da uno Jannik Sinner che non riesce a smettere di bere il vostro espresso. Come è nata la politica di sponsorizzazioni nel mondo del tennis e, in particolare, quella con Jannik?
«Con il mondo del tennis professionistico c’è un profondo legame che ci ha permesso negli anni di far conoscere le nostre miscele a milioni di appassionati e di dialogare con un pubblico internazionale, affermando valori a cui teniamo profondamente: ritualità, eccellenza e talento.
La collaborazione con Jannik Sinner è iniziata nel 2019, quando aveva appena diciassette anni ed era 140° nel ranking Atp. Fin da subito abbiamo intravisto in lui qualcosa di speciale: autenticità, dedizione, passione e determinazione – valori che rispecchiano perfettamente il nostro brand. Per noi era naturale voler sostenere un giovane talento italiano in grado di rappresentare i nostri valori a livello internazionale».




